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11 febbraio – Giornata internazionale della donna nella scienza

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Nel corso di una conferenza tenutasi nel gennaio del 2005, Lawrence Summers, all’epoca presidente della Harvard University, ha sostenuto che la scarsa presenza femminile in certi ambiti scientifici è da imputare ad una caratteristica innata della donna: la mancanza di un’attitudine intrinseca alla scienza. Ipotesi totalmente infondata sostenuta da altri importanti studiosi negli anni seguenti, mossi esclusivamente da un pregiudizio di genere che ha preso il nome di Effetto Matilda. Tale effetto, identificato dalla storica della scienza Margaret w. Rossiter, indica la tendenza a sottovalutare o a sminuire i risultati scientifici conseguiti dalle donne ritenute meno capaci rispetto agli uomini.

È stato riscontrato che le ricerche condotte da scienziate suscitano in media meno interesse e vengono citate con minor frequenza e che il merito di scoperte importanti compiute da donne viene generalmente attribuito ad un collega maschio. Tale pregiudizio ha contribuito ad aumentare il gender gap, costituito da tutte quelle differenze che si riscontrano a livello economico, sociale, professionale e scolastico che influenzano la vita degli esseri umani, in base al loro genere sessuale di appartenenza.


Secondo il CENSIS, nel 2019 le laureate in Italia sono state il 56% del totale. Ciò nonostante, se guardiamo all’ambito STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics), i dati sono ben diversi: le donne rappresentano solo il 22% degli iscritti a ingegneria e addirittura il 13% degli iscritti a informatica. Secondo una media globale del World Economic Forum, meno del 30% delle studentesse intraprende un percorso universitario o post-universitario in questo campo.

La ricerca “European Girls in STEM”, realizzata nel 2019 da Microsoft in collaborazione con la London School of Economics, ha cercato di individuare le cause per cui così poche donne scelgono di intraprendere studi matematico-scientifici. Sono state intervistate 11.500 ragazze tra gli 11 e i 30 anni provenienti da 12 Paesi europei, tra cui l’Italia. I dati mostrano come l’interesse delle giovani italiane nelle discipline STEM tenda a manifestarsi intorno agli 11 anni, per poi diminuire verso i 17, proprio quando si avvicina il momento della scelta universitaria. Lo studio individua nella mancanza di modelli femminili di riferimento, nei ruoli e negli stereotipi di genere i fattori che possono influenzare la decisione finale.

Numerose ricerche pubblicate su riviste internazionali hanno ampiamente dimostrato quanto la spiegazione biologica sia infondata, sostenendo che statisticamente ragazzi e ragazze hanno eguali capacità attitudinali nelle materie tecnico-scentifiche. Sembrano dunque essere i fattori socio-culturali a entrare in gioco e a determinare differenze di genere sin dall’infanzia. Per esempio, ricerche dell’OCSE mostrano che gli stereotipi trasmessi dalla famiglia, dalla scuola e dalla società rivestono un ruolo fondamentale nel contribuire a delineare le diverse aspettative di carriera tra i due sessi.

Nonostante in Italia i numeri rimangano piuttosto bassi, la situazione sembra in parte migliorata negli ultimi anni. Secondo uno studio di Alma Laurea le donne che conseguono una laurea triennale in discipline STEM sono passate da 3.398 nel 2004 a 16.848 nel 2019. Secondo i dati del 2017 dei corsi di laurea triennale, le studentesse ottengono risultati leggermente superiori, con un voto finale medio di 103,6 su 110, contro la media maschile di 101,6. Tuttavia, in base ai dati del 2019 forniti dal Bilancio di Genere del Politecnico di Milano, emerge che a un anno dalla laurea magistrale meno della metà delle laureate in un corso di ingegneria ha un contratto stabile, in confronto a un’incidenza maschile del 57%.

Eliminare il divario di genere nel mondo della scienza è diventato uno degli obiettivi principali per molti enti internazionali. Una delle iniziative più rilevanti nel 2020 in Italia è stata quella del MIUR che, in occasione della Giornata internazionale delle donne nella scienza, l’11 febbraio, ha promosso l’argomento attraverso “Il mese dello STEM” in cui enti, associazioni e scuole potevano proporre delle iniziative per sensibilizzare e far conoscere queste discipline. Si tratta di piccoli passi, ma fondamentali per aumentare la visibilità, la partecipazione e il rispetto delle donne nelle materie STEM.

Favorire la presenza femminile negli ambiti STEM non contribuirebbe solo a risolvere il problema del gender gap in uno dei settori chiave per il futuro della società, ma avrebbe effetti positivi per l’economia. Secondo le ricerche condotte dall’EIGE, l’Istituto Europeo per la parità di genere, colmare il divario fra uomini e donne nelle professioni tecnico-scientifiche “contribuirebbe a una crescita del PIL europeo pro-capite del 2,2-3%” nei prossimi 30 anni.


Aumentare la presenza di donne in ruoli scientifici di alto livello, cioè nei settori che oggi contribuiscono di più all’innovazione e sono spesso il driver principale dei ricavi aziendali, non può che contribuire ulteriormente a questa tendenza.

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